L’é po’ na bicicleta!

[una piccola storia, here is the English version]

Parlai con un signore anziano un giorno, nelle strade del centro della mia città. Stava appoggiando la sua bicicletta a un muro. Io stavo pedalando tranquillo, guardandomi intorno, e mi fermai quando entrambi ci accorgemmo che avevamo esattamente la stessa vecchia bicicletta. Mi disse che suo padre l’aveva comprata molti anni prima. Gli risposi che anche la mia era stata comprata da mio padre, o forse da mio nonno, non ero sicuro.

Cominciammo a parlare delle nostre biciclette, un pochino, ma presto capimmo che non aveva molto senso. In fondo erano biciclette come tante, semplici, normali, per spostarsi qua e là. Probabilmente voleva dire che biciclette così, semplici ma di qualità, non se ne facevamo più, lo leggevo nei suoi occhi, ma forse evitò di dirlo per non sembrare troppo vecchio. Lo avrebbe potuto dire, perché anche io pensavo e continuo a pensare lo stesso; e avrei anche aggiunto che le trovavo anche ‘cool’, e che facevano molto più fico di quelle bici moderne, colorate, senza parafanghi, che si vedevano sempre più spesso nei grandi centri. Mi chiese se volevo bere un caffè con lui, si era fermato vicino a un bar. Accettai il suo invito con piacere, e misi la mia bici sul cavalletto giusto a fianco della sua. La sua bicicletta aveva un po’ meno ruggine, il segno di una maggiore cura o, forse, era stata semplicemente tenuta in un posto più secco di notte. Entrammo nel bar, ordinammo due caffè al banco, e cominciammo a parlare.

C’erano delle foto appese al muro, mostravano persone che pedalavano e camminavano nella piazza principale della nostra città, qualche anno dopo la guerra. Il signore cominciò a raccontarmi di quando era molto giovane, e iniziò a lavorare, “un bel po’ dopo la fine della guerra…”, aggiunse sorridendo. Andava al lavoro in bicicletta, ma non con la stessa che usava adesso. Suo padre, che lavorava in un caseificio, aveva avuto una bicicletta in regalo da qualcuno alla fine della guerra. L’aveva tenuta qualche anno, e poi restaurata perché lui e suo fratello potessero usarla. Suo padre continuò a lavorare su quella bicicletta per molti anni, cambiando varie cose, anche quelle che sembravano funzionare benissimo. “La sto ancora restaurando” diceva. Solo molti anni dopo il signore capì il perché. “Credo proprio sia una bicicletta di fabbricazione tedesca” gli disse un meccanico un giorno, e probabilmente era appartenuta a un soldato. Il suo papà, un partigiano, forse si era fatto amico con un soldato, o semplicemente l’aveva avuta in cambio di un po’ di formaggio. In ogni modo, non aveva voluto che si sapesse dell’origine di quella bicicletta.

Il signore, dopo avere un po’ sorvolato sulla mia domanda a proposito di dove fosse ora quella famosa bicicletta, continuò a parlare del suo lavoro. Mi raccontò che la maggior parte dei suoi colleghi andavano al lavoro a piedi o in bicicletta, anche perché molti di loro vivevano nelle vicinanze della fabbrica. Poi, le automobili apparvero. Prima solo per i capi, ma poi anche per altri. Tutti quelli che si comprarono una macchina mantennero le proprie biciclette, e continuarono a utilizzarle un po’, ma l’automobile era sicuramente diventata il simbolo di una nuova ricchezza. Viaggiò un poco attraverso l’Italia negli anni successivi, e visse per qualche anno in altre città. Certamente notò che altrove le biciclette non erano così diffuse come nella nostra città e regione. Usò la bicicletta in queste città, ma sempre meno di quello che avrebbe voluto. Troppe macchine e troppo poche altre persone in bicicletta erano le ragioni principali. Trovò difficile parlare di quanto gli mancasse pedalare un po’, era una cosa troppo naturale per lui, sarebbe stato come parlare con la gente dell’importanza di respirare o di mettere un piede avanti prima dell’altro per camminare. Ma, con il passare del tempo, semplicemente raccontare di quando andava alla fabbrica in bicicletta da giovane diventò un modo leggero ma efficace di convincere qualche amico o collega ad unirsi a lui, per una pedalata sulla strada per il lavoro o lo stadio. Tornò nella nostra città, e riprese a lavorare nello stesso posto e, anche se c’erano sempre più macchine in giro, fu contento di vedere che tanti ancora giravano in bicicletta, sempre con le stesse vecchie ma buone biciclette.

Non gli avevo ancora chiesto cosa fosse il suo mestiere. Mi disse che lavorava i metalli nella grande fabbrica, quella dove facevano treni, aeroplani e anche qualche trattore. Sorrise quando menzionò i trattori; un paio erano stati costruiti durante una occupazione della fabbrica nel 1950, prima che lui avesse cominciato a lavorare lì. Gli dissi che anche mio nonno, come tanti nostri concittadini, aveva lavorato molti anni in quella fabbrica, e aveva costruito “i migliori locomotori del mondo”. Mi disse che si ricordava del suo nome e del suo viso, ma che non lo conosceva benissimo. Continuai dicendogli che per quanto potessi ricordarmi di aver visto lo stabilimento da fuori un sacco di volte, mi ricordavo di esserci stato dentro una volta sola, nella piccola cappella. “La mia famiglia conosce bene il cappellano” aggiunsi, “credo che abbia anche sposato i miei zii”. Disse che lo conosceva bene anche lui ma che, politicamente, erano sempre stati agli opposti. “Ma non così tanto…” aggiunse, ed entrambi sapevamo benissimo cosa volesse dire. Continuò raccontando che insieme ad altri colleghi gli capitava di incontrare il prete al mattino andando verso il lavoro in bicicletta, e spesso avevano discussioni intense. “A proposito di politica e religione?”, gli chiesi. “No”, mi rispose “parlavamo di calcio e del Giro, la politica la discutevamo nei cortili della fabbrica e alla mensa”. Mi disse poi che, per quanto le loro opinioni fossero state spesso piuttosto diverse, si abbracciarono lungamente il giorno che lui andò in pensione.

Mi raccontò dei suoi figli e di sua moglie, e poi mi chiese molte cose della mia famiglia e del mio lavoro. Quando gli accennai che ora vivevo in Inghilterra, ed ero in città solo qualche giorno per vedere i miei genitori, subito esclamò: “Ah! Sicuro che hai una vecchia Raleigh”. “Si, assolutamente”, gli risposi, “una dei primi anni ottanta, con sella Brooks, un bel coloro marrone ruggine…ma ultimamente non la uso molto”. Mi chiese del perché e gli risposi che avevo recentemente comprato una bicicletta olandese con un cassone davanti per trasportare i miei bambini, e tante altre cose. “Ah” disse, “come quelle che una volta avevano alcuni artigiani, prima delle Api e poi dei furgoni?”. “Si, più o meno”, gli raccontai, “ma una versione molto moderna, con telaio in alluminio, freni a disco, assistenza elettrica…”. Mi ascoltò in silenzio mentre con orgoglio gli enunciavo tutte le caratteristiche tecniche della mia cargo bike, e pure gli mostrai una serie di foto che avevo sul mio telefono. Poi, quando ebbi finito, mi guardò e mi disse in dialetto: “Beh, l’é po’ na bicicleta!”. Sì, in fondo, anche quella è solo una semplice bicicletta.

One thought on “L’é po’ na bicicleta!

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s